Ma si paga?

13315789_10205175175973646_6911110828622040453_nSarebbe bello fare una riflessione sul costo delle attività che proponiamo.
“Ma si paga?”, mi si chiede spesso quando invito a partecipare a un evento, e qualunque cosa io risponda – anche 5 euro – sembra tanto.
Un’amica veneziana mi ha detto che lei compra il pane a 4 euro al Kg: “è tanto!”, ho risposto: io lo compro a 2 euro, e mi sembra tanto anche qui – eppure devo comprarlo.
Siamo abituati a fare tutto ciò che dobbiamo, quasi senza discutere: ma quando, invece, facciamo ciò che vogliamo?
Organizzare un evento è qualcosa di molto complesso: presuppone una notevole concentrazione di energia, di tempo, di volontà; cercare dei contatti, discutere le modalità, aggiustare il tiro; organizzare materialmente tutto al meglio; cercare di pensare a possibili imprevisti; tener conto delle spese, tanto più se si sceglie di invitare qualcuno che non abita dietro l’angolo; disporre di un luogo adeguato (e quindi pagare le spese del luogo, dalla luce all’acqua alle tasse, tenere un bilancio ecc ecc); invitare i partecipanti e per questo preparare locandine e inviti, scrivere brevi testi, inviarli personalmente e pubblicarli qua e là perché siano visibili, distribuire le locandine, parlare dell’evento con chiunque si creda interessato. E crederci: soprattutto CREDERCI. Senza risparmiare nessuna energia. Crederci perché è una cosa valida, bella, qualcosa che si vuol condividere ma anche qualcosa a cui si vuol partecipare, qualcosa che si desidera ardentemente, anzi che si VUOLE fare, e non per se stessi, perché allora basterebbe andare e fare, ma per tutti, perché è bello, perché appunto “non si vive di solo pane”.
Quel “ma si paga?” fa cadere le braccia; CERTO che si paga, anzi si ri-paga, perché ciò che facciamo è ben prezioso! Ma non è detto che per forza si debba ripagare in denaro. Si può “pagare” anche con una parola, una restituzione, il vissuto di un’impressione; con una proposta diversa, un baratto, qualcosa da dare in cambio; con la condivisione di un “crederci” attivo; col non aspettarsi tutto come se fosse scontato; col rispettare gli orari, le date, le prenotazioni; col voler fare anche ciò che non si “deve”, trovando il modo per farlo.
C’è anche un’altra considerazione: perché un lavoro sia terapeutico è necessario un “pagamento”, perché se non si dà in cambio qualcosa di sé (non necessariamente denaro, ma comunque qualcosa di significativo) non si crea quello spazio interiore che consente di ricevere.
Un tempo si attribuiva un valore fondamentale alla coltivazione della terra e all’allevamento del bestiame: per questo le “banconote” di un tempo si chiamavano “pecunia” (da pecus, bestiame, pecore), “grano” (che valeva 12 cavalli), “cavallo”…
E oggi, cosa potremmo considerare moneta di scambio? Cosa ci è “caro”, cosa è “prezioso” e potremmo scambiare?
Lanciate delle proposte!

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