Le parole che scrivo

1379560_10200903024732535_824208430_nLe parole che scrivo fanno parte di me.

Mi appartengono come l’aria mentre la respiro.

Sono vive.

Io le lascio andare, non le trattengo, perché le parole servono a condividere intrecciare abbracciare, dire. Si espirano.

Servono ad esprimere perché “spremono fuori”, come l’olio delle olive.

Servono a sprigionare perché liberano da una prigione le cose più autentiche.

Le parole si sgranano come i piselli e i grani del rosario, si trasformano in farina per fare il pane che si mangia insieme. Scorrono come acqua di sorgente, rinfrescano come la pioggia, bruciano come il fuoco, sostengono come la terra sotto i piedi.

Si mangiano, si bevono, si respirano le parole.

Si guardano negli occhi, perché hanno uno sguardo, un corpo, un’espressione.

Si sentono le parole, e poi si dicono. E tra il sentirle e il dirle a volte passa una vita, perché non sempre si riesce a dire quello che non si sente con le orecchie.

Non si copiano, le parole, ma si citano, si recitano, si suscitano, si sollecitano, si incitano, si eccitano. Non si copiano perché si vede quando stai usando parole non tue, è come nascondersi dietro una maschera: si possono condividere, e allora è diverso, perché quando le condividi le parole si aprono come semi, mentre se le copi rimangono appiccicate, diventano sterili.

Non si usano le parole, perché non sono oggetti. Sono frammenti di sguardo, di vissuto, di sentire.

A volte altri sanno dire le cose come le sentiamo noi. Quand’è così, è bello condividerle. Dando un nome a quelle parole, se non sono le nostre. Perché altrimenti è un abuso.

 

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Un folletto

10391958_1115238495819_5114218_nAveva un folletto dentro di sé che voleva scherzare e ballare,
e uno spirito sognatore che voleva scrivere favole,
e un continuo desiderio di associare
la piccola vita quotidiana alla vita grandiosa e magnifica
che risonava nelle canzoni e nei dipinti,
nei bei libri e nelle tempeste dei boschi e del mare.
Non era contenta che un fiore dovesse essere solo un fiore
e una passeggiata solo una passeggiata.
Un fiore doveva essere un elfo,
uno spirito bello sotto bella forma
e una passeggiata non solo
un piccolo e doveroso esercizio fisico e una ricreazione,
bensì un viaggio ricco di presagi verso l’ignoto,
una visita al vento e al ruscello, un colloquio con le cose mute.

-Herman Hesse-

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Ma si paga?

13315789_10205175175973646_6911110828622040453_nSarebbe bello fare una riflessione sul costo delle attività che proponiamo.
“Ma si paga?”, mi si chiede spesso quando invito a partecipare a un evento, e qualunque cosa io risponda – anche 5 euro – sembra tanto.
Un’amica veneziana mi ha detto che lei compra il pane a 4 euro al Kg: “è tanto!”, ho risposto: io lo compro a 2 euro, e mi sembra tanto anche qui – eppure devo comprarlo.
Siamo abituati a fare tutto ciò che dobbiamo, quasi senza discutere: ma quando, invece, facciamo ciò che vogliamo?
Organizzare un evento è qualcosa di molto complesso: presuppone una notevole concentrazione di energia, di tempo, di volontà; cercare dei contatti, discutere le modalità, aggiustare il tiro; organizzare materialmente tutto al meglio; cercare di pensare a possibili imprevisti; tener conto delle spese, tanto più se si sceglie di invitare qualcuno che non abita dietro l’angolo; disporre di un luogo adeguato (e quindi pagare le spese del luogo, dalla luce all’acqua alle tasse, tenere un bilancio ecc ecc); invitare i partecipanti e per questo preparare locandine e inviti, scrivere brevi testi, inviarli personalmente e pubblicarli qua e là perché siano visibili, distribuire le locandine, parlare dell’evento con chiunque si creda interessato. E crederci: soprattutto CREDERCI. Senza risparmiare nessuna energia. Crederci perché è una cosa valida, bella, qualcosa che si vuol condividere ma anche qualcosa a cui si vuol partecipare, qualcosa che si desidera ardentemente, anzi che si VUOLE fare, e non per se stessi, perché allora basterebbe andare e fare, ma per tutti, perché è bello, perché appunto “non si vive di solo pane”.
Quel “ma si paga?” fa cadere le braccia; CERTO che si paga, anzi si ri-paga, perché ciò che facciamo è ben prezioso! Ma non è detto che per forza si debba ripagare in denaro. Si può “pagare” anche con una parola, una restituzione, il vissuto di un’impressione; con una proposta diversa, un baratto, qualcosa da dare in cambio; con la condivisione di un “crederci” attivo; col non aspettarsi tutto come se fosse scontato; col rispettare gli orari, le date, le prenotazioni; col voler fare anche ciò che non si “deve”, trovando il modo per farlo.
C’è anche un’altra considerazione: perché un lavoro sia terapeutico è necessario un “pagamento”, perché se non si dà in cambio qualcosa di sé (non necessariamente denaro, ma comunque qualcosa di significativo) non si crea quello spazio interiore che consente di ricevere.
Un tempo si attribuiva un valore fondamentale alla coltivazione della terra e all’allevamento del bestiame: per questo le “banconote” di un tempo si chiamavano “pecunia” (da pecus, bestiame, pecore), “grano” (che valeva 12 cavalli), “cavallo”…
E oggi, cosa potremmo considerare moneta di scambio? Cosa ci è “caro”, cosa è “prezioso” e potremmo scambiare?
Lanciate delle proposte!

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Ti scrivo ogni sera, da quasi vent’anni.

anatra-selvatica Pubblichiamo la lettera di Penelope da Eufemia e la risposta di Ulisse, lontano e vicino:

Penelope, mia anatra selvatica, ti ho conosciuto che avevi appena lanciato il primo grido alla conquista del cielo. Quel grido incontenibile, sgraziato, che squarcia la gola e lo spazio e contagia un fremito forte e porta a volare insieme lontano.
Ti ho sentito Regina in quel grido che aggregava compagni. Eri tu che davi a quel gruppo la forma, eravate parole alate nel cielo: senza di te ci sarebbe stato solo silenzio.anatre-in-volo
Ti ho sentito in alto come in basso, e ho scavato il nostro letto in una radice perché eri l’unione di cielo e terra, eri Albero e Asse, eri vita.
Poi mi hai guardato in un modo che non posso scordare.
Mi hai guardato come si guarda il mare, l’orizzonte. Come si guarderebbe il futuro, se fosse possibile, e hai detto “Mio Re”.
E’ stato un brivido forte: ho capito. Era in me che vedevi il tuo spazio.
Ma io ero uno spazio chiuso. Io non ero cielo. Non c’era niente in me di azzurro: in me c’era il rosso del sangue. Io dovevo combattere la mia guerra.
E’ stato per questo che sono partito. Volevo che rimanessi selvatica. Volevo che fossi libera, ma tu hai scelto l’attesa. E quando sono tornato, mi hai guardato come allora, ma avevi un’ombra negli occhi.
Io l’ho vissuta la mia vita ed è stato un viaggio. Tu sei rimasta.
Penelope, voglio che tu lo sappia: sei tu che l’hai scelto.
Io ho portato nel cuore un volo e un grido. Tu hai tessuto l’attesa.
Per questo sono partito di nuovo.
Vorrei che ritrovassi il tuo volo: Penelope, mia anatra selvatica, mia Regina.Anatra_in_volo_1

eufemia, frammenti

(foto di Alberto Tozzi) (foto di Alberto Tozzi)

Ti scrivo ogni sera, da quasi vent’anni.
Nessuno lo sa, nessuno lo sospetta. Una donna non scrive. Mi pensano intenta a filare la tela per Laerte, impegnata a far cose consone alla mia condizione di donna e di regina. Se solo qualcuno tra quanti mi circonda fosse veramente interessato a me, si sarebbe reso conto che per filare, sfilare e rifare mi bastano ormai poche ore al giorno, dopo tanti anni si diventa esperti nei movimenti sempre uguali a se stessi. Se qualcuno fosse realmente interessato a me si sarebbe accorto del mio esistere dentro al tempo. Mi guardano con desiderio i nobili Proci, ma nessuno realmente possiede occhi per me. Il loro sguardo è avido, nel mio corpo riflettono l’immagine di stessi, una virilità dal sapore dolciastro del vino, unta come la pelle degli animali che divorano.

Ti scrivo ogni sera, per nostalgia, per amore…

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Mu

Mu: stringere le labbra per non dire né sì né no.

Tacere: rimanere mu-ti.

 

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